Caravaggio: il Pittore Maledetto

Deve molto questa nostra età a Michelangelo da Caravaggio, per il colorir che ha introdotto, seguito adesso assai comunemente.

Giulio Mancini, Considerazioni sulla Pittura, 1618 ca

Il problema esistenziale dell’uomo, la realtà drammatica di una vita sregolata, l’uccisione durante una rissa del suo storico rivale, l’esilio dalla città papale, la condanna a morte, la revoca ormai alle porte di Roma e l’inattesa morte, diedero al pittore lombardo l’appellativo di Pittore Maledetto.
Erede della tradizione Cinquecentesca, racchiude la sua evoluzione artistica in circa 18 anni di attività, anni in cui si assiste ad un importante mutamento stilistico. L’originale visione della sua arte provocò una vera e propria rivoluzione: un genio che seppe interpretare i desideri della corte papale, ma li seppe anche disattendere, un artista che nelle sfarzose pale di altare ha saputo rappresentare, poiché  vicino alle correnti pauperistiche di alcuni ordini monastici, la semplicità e la povertà più assoluta. «Portò con sé la cultura attraverso i modi con cui attuò le proprie personalissime intenzioni. Questi sono appunto i tratti dell’iniziatore: Michelangelo da Caravaggio era “un uomo incolto ma un genio”». (Alois Riegl)

Ed è proprio del Genio Caravaggio che in questi giorni si è festeggiato l’anniversario dalla nascita. Per questa occasione voglio farvi conoscere l’opera, secondo il mio punto di vista, più emblematica della sua produzione: La morte della Vergine.

Nella sua più profonda essenza La morte della Vergine è già una contraddizione in termini. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica la Vergine Maria viene assunta in Cielo, in anima e corpo.

Il corpo della Madonna di Caravaggio è invece raffigurata, osserva il Bellori, come una “donna morta gonfia”, un annegata ripescata e deposta su una lettiga. Uno scaldalo. La Madonna non rispettava la sua iconografia classica: era anzi priva di qualsiasi tributo mistico, con la faccia terrea, un braccio abbandonato e il ventre gonfio. Molto scandalo, in particolare, fecero i piedi ritratti nudi fino alla caviglia. Giulio Mancini, coetaneo del Caravaggio, giudica l’opera “senza decoro e invenzione e pulitezza ma le cose son ben fatte”; loda quindi l’esecuzione, ma riferisce come di questa fosse stata tolta dall’altare, perché “spropositata di lascivia e decoro”. È la pittura, nei suoi singoli elementi ben riusciti a essere lodata: la Maddalena disperata e in lacrime,con il viso coperto in primo piano, gli apostoli dolenti in piedi, nell’ambiente spoglio, sotto la tenda rossa del baldacchino la Vergine, che però è assolutamente scomposta, sdraiata su un tavolo, con il volto che ricorda, in maniera allarmante, sempre secondo il Mancini, quello di una prostituta altra volte ritratta dal pittore. Il quadro fu prontamente rifiutato, era inconcepibile che il  Caravaggio scelse, come modello per ritrarre la Vergine, una prostituta trovata morta nel Tevere.
I referti trasmessi dai primi storici sono concordi nel giustificare il rifiuto: il pittore lombardo avrebbe davvero ritratto nella figura della Madonna “qualche sua bagascia” (Mancini), raffigurata gonfia e, con gambe scoperte (Baglione); secondo l’interpretazione più diffusa si sarebbe avvalso del cadavere di un annegata.
Il rifiuto dell’opera è facilmente spiegabile: Caravaggio ritrasse un vero cadavere, e scelse di conferire all’ambiente una connotazione di desolata povertà. La tragedia del trapasso come scomparsa fisica parrebbe perciò negare la speranza di un futuro oltre la vita terrena. È però da escludere che il lombardo volesse conferire alla tela una connotazione blasfema; è invece verosimile che egli, riflettendo anche sui gravi eventi della propria vita, intendesse rifarsi allo spirito di umiltà e di serena accettazione della morte conforme alla dottrina di San Filippo Neri. Seguendo tale interpretazione, è stato in seguito riconosciuto come il “quadro più profondamente religioso dell’arte italiana del Seicento” (Venturi).

 Ambra

Caravaggio_La_Morte_della_Vergine

In copertina: Ottavio Leoni, Ritratto di Caravaggio, 1621. Biblioteca Marucelliana, Firenze.

Bibliografia:
– Giulio Carlo Argan, Dal Manierismo al Neoclassicismo, Sansoni, Milano 2004.
– Silvia Bruno, a cura di, I capolavori del Musée du Louvre in I grandi Musei del Mondo, vol. I: Louvre. Rizzoli, Milano 2006.

– Francesca Cappelletti, a cura di, Caravaggio e i caravaggeschi in I grandi maestri dell’Arte, vol. V. E-ducation, Firenze 2007. 
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